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Liutprando da Cremona |
Ancorché, disgraziatamente, le sue cronache ci siano pervenutele mutile, l'«Antapodosis», il «Liber de rebus gestis Ottonis Magni imperatoris», ed il «Liber de legatione costantinopolitana» sono stati letti, gustati, discussi, vagliati, sin dal loro apparire, tra gli studiosi, i cortigiani, i religiosi dell'anno Mille; e gli uni divertì per lo violenza delle ingiurie pronunziate contro Berengario II, sua moglie Villa, l'imperatore d'Oriente Niceforo Foca; gli altri interessò per il velario che apriva sull'Oriente e specie su Costantinopoli, cinti, in quei tempi anteriori alle Crociate, del favoloso velo dell'ignoto, sollevato solo dalle magniloquenti descrizioni verbali di quei mercanti veneti, liguri, pisani e amalfitani, che da quel lontano mercato portavano tra le popolazioni occidentali, porpore, sete, gemme, profumi e pergamene miniate; ai terzi, infine, presentò, in forma volutamente polemica, sotto il tono apologetico, la versione degli ambienti della corte imperiale sull'inaudito avvenimento del quale era stato protagonista Ottone I quando, trascinato in giudizio un papa non ancora ventenne, aveva presieduto un concilio che aveva deposto il successore di S. Pietro ed aveva eletto un nuovo pontefice.
L'uomo di corte di re Ottone, ne godette i favori e divenne «intimus summista regius», come lo definirà un altro cronista coevo. Lo seguì nelle sue spedizioni in Italia: grazie alla protezione di tale sovrano venne elevato alla sede episcopale di Cremona (onde il suo nome che lo doveva affidare alla posterità): assistette, nel 962, in Roma, all'incoronazione imperiale del suo protettore: partecipò, da quel momento, e come personaggio di primo piano, ai vari e complessi avvenimenti della politica ottoniana.
Inviato nel 971 a Costantinopoli, morì nel viaggio di ritorno ed in circostanze che non ci sono note. Liutprando doveva, ben presto, prendere posto tra i più significativi cronisti nel suo tempo.
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