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Vittorino da Feltre |
Vittorino dei Rambaldoni nacque il Feltre da povera famiglia nel 1378 ed ebbe una sofferta infanzia. Giovane di salute malferma lo ritroviamo a Padova per i suoi studi umanistici, terminati i quali e ottenuto il titolo di «magister artium», si mise a studiare matematica, offrendosi come «famulus» al maestro Biagio Pellecani. Così l'esemplare studente divenne esemplare maestro e incominciò la sua carriera insegnando a Padova e a Venezia.
Poi Gianfrancesco Gonzaga, signore di Mantova, lo chiamò a sé chiedendogli di divenire il pedagogo dei suoi figli. Vittorino esitò a lungo, infine accettò con questa bellissima dichiarazione di dignitosa riserva: «Accetto il posto soltanto col patto che voi non mi richiediate nulla che possa essere in qualche modo indegno di uno di noi. E io vi continuerò i miei servigi sino a tanto che la vostra vita s'imporrà al mio rispetto». Il Gonzaga accettò e sorse così la «Casa giocosa», in una villa già chiamata «Casa Zoiosa», costruita su di un'altura poco distante dal Palazzo Ducale. Era stata chiamata in questo modo perché desti nata a spassi e divertimenti, e Vittorino, così religioso, pensò prima di cambiarie nome, poi si accontentò di sostituire il «zoiosa» con «giocosa », perché i giochi intellettuali e ginnastici vi erano largamente praticati. Nella villa, sotto l'amorosa guida di Vittorino, trattati tutti allo stesso modo, crescevano i principi, i figli dei nobili e i poveri ragazzi. La scuola doveva essere pulita, piena di aria e di luce, circondata da alberi e prati, ma non doveva concedere niente al lusso, niente alle comodità raffinate. Erano quindi banditi i ricchi mobili, le suppellettili e il vasellame costosi. Vittorino, memore delle lunghe ore passate a declamare ad alta voce quando era uno studente povero e aveva freddo, considerava la recitazione e la lettura a voce alta uno dei migliori mezzi didattici, perché irrobustisce i polmoni, aiuta ad imparare facilmente e rapidamente e promuove la formazione morale. Così, nella «Casa giocosa», in classe, in dormitorio, in refettorio, si recitava, si leggeva, si declamava, si discuteva a voce alta. Vittorino non si formò una famiglia sua; religiosissimo, umile e, nello stesso tempo, padrone di sé, dedicò tutte le sue energie alla scuola che era la sua vera famiglia. «Era Vittorino basso di persona, macilento, molto allegro di natura, che pareva sempre ridesse. A vederlo, pareva uomo di grandissima riverenza: parlava poco, vestiva di vestimenti di mosca voliere oscuro, panni funghi fino a terra. Portava in capo un cappuccio piccolo, colla foggia piccola, e il becchetto istretto»; così lo descrive Vespasiano de' Bisticci.
E questo sereno educatore quanto più invecchiava tanto più diveniva influente a corte e acquistava autorità in scuola. Un suo rimprovero, una sua occhiata severa pesavano indicibilmente. Ma non aveva bisogno di ricorrervi sovente, anzi più spesso incoraggiava, compativa, cercava di capire e di aiutare col suo grande cuore di maestro: un cuore tanto grande che, allorché Pisanello coniò una medaglia in suo onore, scelse per simbolo il pellicano col petto aperto e la seguente scritta: Victorinus Feftrinensis, summus mathematicus et omnis humanitatis pater. Morì nel 1446, stroncato dalla malaria. |
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